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La forza delle idee Ogni
sistema culturale esiste in funzione delle rappresentazioni della realtà
che costruisce e pratica. Queste rappresentazioni si materializzano nei
racconti che spiegano il perché delle cose, della loro origine e del loro
destino. Si tratta convincimenti-spiegazioni (miti, valori, aspettative,
archetipi, modelli esemplari, paradigmi o rappresentazioni o produzioni di
forme simboliche, ecc.) che chiamiamo per convenzione idee. Che vi siano
una «forza delle idee» appartiene al comune sentire e che vi siano idee
«forti» perché ci condizionano e ci guidano, è un fatto accettato. Queste
idee-forza, a seconda dei campi disciplinari in cui vengono trattate,
possono apparire ed essere definite, sia come una «mineralizzazione» o
fossilizzazione della cultura, sia come un inconscio collettivo, sia come
un deposito della storia e cioè una sedimentazione delle pratiche sociali
tenute in vita dalla cultura, sia infine come testimonianza del
gradualismo evolutivo e dell'imprinting biologico originario. Ma
quel che le caratterizza è il loro persistere nel pensiero individuale e
collettivo, ciò che ne definisce la forza è insomma il radicamento nella
memoria e quindi la loro possibile estensione nel campo temporale. Ora,
come si è detto all'inizio di questo capitolo, la scrittura realizza una
memoria artificiale e sicuramente potenzia il radicamento delle idee e la
loro capacità di occupare il tempo ben oltre i confini della memoria
personale e della cultura di un gruppo, le rafforza e, per così dire,
consente loro di vivere una vita autonoma. E la cultura dell'Occidente ha
accolte le sue idee-forza, le ha fatte proprie e sviluppate, a partire da
un libro scritto circa tremila anni fa in quella zona mitogenetica
dell'area medio orientale nella quale è nato il monoteismo giudaico, una
credenza religiosa che appunto è la religione del Libro. Che cosa racconta
questo libro? che esperienza del raccontare propone al lettore-narratore?
e ancora, quali idee forti raccoglie e tutela e infine radica nelle
coscienze propagandole nel tempo?
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L'ossessione del potere
Il Libro racconta di un Dio e della creazione del
cielo e della terra, poi di un uomo simile a Dio al quale è conferito il
governo del mondo, poi degli uomini, delle famiglie, delle tribù, poi dei
popoli, poi di un popolo, e poi di un patto tra Dio e questo popolo in
marcia nel deserto del tempo e per ciò stesso «in attesa» di un definitivo
dominio che è la ragione stessa del patto e del tempo. L'invenzione del
tempo per la cultura occidentale principia da questo racconto che ne svela
il flusso lineare e suscita l'inquietudine dell'attesa dell'Evento.
Infatti, per quanto assediato da altre figure geometriche (la sfera o il
cerchio o la sinusoide), la linearità di questo tempo offerto dalla
religione giudaica porrà di continuo il problema della sua occupazione,
della sua misurazione e, a partire dal XIV secolo, per effetto dalla
contemplazione del presente, quello della sua invenzione. Il Libro però è
anche e soprattutto un racconto del potere e di come, in virtù di un
patto, un popolo ottiene il potere assoluto da Dio. Questo potere è la
ragione stessa della creazione e la «conoscenza» (la consapevolezza del
segreto del potere) è lo strumento che lo materializza. La modernità,
l'Europa e il potere dell'Europa e poi il suo sradicamento rispetto al
sistema-mondo nell'età contemporanea, non si possono spiegare se non
risalendo a queste lontane ed esclusive radici del sentire occidentale:
per cogliere sino in fondo il mito di potenza che sprigiona la sovranità
occorre, insomma, ripensare il monoteismo giudaico che offre un Dio «tutto
forza» e potenza e che per Israele è divenuto una sorta di ossessione.
Un'ossessione iconoclasta e fondamentalista che ha suscitato inquietanti
interrogativi: «Perché questa ossessione del Dio unico e questo rifiuto
delle immagini? Vi è un rapporto tra il rifiuto delle immagini e la
teocrazia?».
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Radici
lontane La struttura del monoteismo
giudaico crea sicuramente un archetipo del potere. Innanzitutto
l'interdizione di ogni rappresentazione di Dio, cancellando le mediazioni
dei simboli e dei segni, esaspera l'intensità del potere ed esalta la
convinzione di una unica forza che trascende la casualità del destino e lo
trasforma in temporalità. Poi l'esclusiva rivelazione di questa forza
originaria e creatrice a un solo popolo crea automaticamente l'evidenza di
un patto e di una gerarchia che concorrono a definire l'ordine del mondo e
assicurano il fluire del tempo a partire dalle origini di una
organizzazione umana: l'etnia, la tribù, il popolo di Israele. Insomma è
proprio l'alterità del monoteismo giudaico rispetto alle religioni
naturali a radicare la necessità di una mediazione, di un patto per il
mantenimento dell'ordine, non della natura, ma della società. Certo i
rapporti tra i contraenti di questo patto per il potere sul mondo e sul
tempo (Dio e il popolo) sono tempestosi, fatti di amore, doni, amarezze,
delusioni e reciproci inganni, ma l'idea-forza che il Vecchio Testamento
trasmette è l'esclusività di questo rapporto e del potere promesso che ne
deriva. «Per Dio tutto è possibile» recita la fede di Abramo, e questo
potere assoluto diviene, per decisione divina, il privilegio di una
«nazione» di fare e scrivere la sua storia. Nel Nuovo Testamento, il mito
delle origini della cultura giudaica si ridefinisce, il patto si rinnova e
il «figlio dell'uomo» dilata il potere esclusivo di Israele a una
comunione di popoli, comunità, famiglie, sino al singolo individuo.
«Chiunque dirà a questa montagna: sollevati e gettati nel mare» recita il
Vangelo di Marco «se non dubita nel suo cuore, ma crede ciò che dice, si
compirà. Per questo io vi dico tutto quanto domanderete pregando, dovete
credere di averlo ottenuto, e questo vi sarà dato». Il potere conferito da
Dio è dunque nel mondo e nell'uomo e la creazione è qui e ora. La lotta
tra gli dei per dare ordine al caos che caratterizza altre credenze
religiose, nel cristianesimo diviene una battaglia terrena, un conflitto
permanente e un impegno che si misura sul tempo dell'uomo e sul flusso
inavvertibile del suo presente. Il Cristo infatti è sceso in terra per
dividere e non per unire e la lotta cosmica nel cristianesimo diviene
conflitto terreno, stato di guerra permanente per la fondazione della
«res pubblica» e della città di quaggiù a somiglianza della città
celeste. L'alleanza, il patto insomma, è con Dio, ma per gli uomini e tra
gli uomini, la gerarchia che esso istituisce è tutta terrena: l'ordine che
viene fondato è la promessa del dominio dell'uomo-cristiano su ogni
alterità. Un passo più in là e la res pubblica cristiana diviene la
Repubblica di Bodin.
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Un corpo
mistico Alle origini del mito della
sovranità vi è questo trimillenario cammino del pensiero collettivo e del
sentire politico e lo stesso Bodin partecipa all'insieme di credenze,
rappresentazioni e simboli dell'uomo europeo del XVI, devastato nella sua
coscienza dalle fratture del credo religioso. L'insofferenza del nostro
Autore, e in generale dei teorici della sovranità del periodo, verso
Machiavelli e More deriva dalla sua profonda contiguità con i valori
diffusi, che oggi diremmo tradizionali, dalla conformità ai miti
dominanti. E infatti se la sovranità teorizzata da Bodin è una formidabile
astrazione destinata a produrre nuove mitologie del potere della
modernità, la società che l'Autore dei Sei libri della repubblica osserva
e descrive non ha nulla di astratto; il cives della sua res
pubblica è molto meno immaginario del principe e del cortigiano e
neppure si confonde col quieto abitante dell'isola di Utopia. È, come si è
detto, un capofamiglia (e per taluni aspetti un capo tribù), un'autorità
paterna che, al pari del sovrano, possiede una definita identità morale e
culturale: è cristiano e come tale dispone di uno statuto ideologico che
è, nella sua essenza, anche politico. L'uomo europeo dei secoli XVI e
XVIII partecipa a una idea-forza fondativa della cultura occidentale e
cristiana: crede cioè in un universo di valori che lo fanno parte
integrante di un ordine sociale e cosmico al tempo stesso e gli
attribuiscono un posto definito nell'universo, lo fanno soggetto di
diritti, legatario del potere e definiscono, in termini di rapporti di
potere, l'insieme di relazioni con la realtà che lo circonda. Privo di un
certificato di nascita, quest'uomo riceve la sua personalità morale e
sociale al momento del battesimo. Per il tramite di questo rito entra nel
«vivere sociale», espressione che solo per difetto si può tradurre col
termine di comunità, semmai è proprio il consorzio umano. Ma «comunità di
fede» significa molto di più: la «comunione» (la Chiesa nel senso proprio
del termine, cioè la società) sarebbe più raffigurabile come un ecosistema
fisico e morale insieme governato da un sistema di relazioni compiuto,
totalizzante e perfetto al tempo stesso. Creato a «immagine di Dio» (che
appunto ha dato la sua immagine e somiglianza all'uomo) e non soggetto
all'evoluzione, l'uomo cristiano si pensa come un prodotto finito e
compiuto una volta per tutte. Perciò nell'atto essenziale del battesimo si
confondono identità e senso di appartenenza alla comunità che lo circonda.
Si tratta dunque di un atto politico in senso stretto, atto di
sottomissione e patto, stigmate di un ingresso nella storia e di un
impegno morale e civile. Proprio l'idea di ingresso-riconoscimento nella
comunità è di per sé fondativa del sociale e fa della politica e del
rapporto con l'autorità una dimensione del vivere. Al tempo stesso fonda
la gerarchia e il potere il quale diviene un sacerdozio, un'arte
interpretativa delle regole morali e sociali. Ciascun membro di questo
ecosistema dell'esistenza, ogni singolo individuo gode, all'atto del segno
battesimale, di diritti il primo dei quali è indubbiamente quello di
essere «eletto» da Dio e cioè di contrarre un patto con Lui; ma da questo
privilegio originario consegue quello assai più significativo della
libertà di conoscenza nei confronti della verità, consegue il
diritto-dovere di imitazione del Cristo e cioè di quella porzione della
divinità che all'uomo si manifesta come Uomo, culmine gerarchico della
creazione e ragione unica del mondo. Ed è infine su questo complesso
rapporto uomo-Uomo e uomo-Dio che si fonda il rapporto del cristiano con
l'autorità e col sociale. Poco importa poi se questa dimensione interiore
della socialità, questo patto originario faccia della civitas
terrena una zona inferiore, un tenebroso sottosuolo della città celeste
(secondo la tradizione agostiniana) o non piuttosto una positiva
dimensione dell'ordine naturale (come propongono San Tommaso e San
Bonaventura). Quel che rileva è che per la cultura giudaico-cristiana la
presenza del divino nel mondo si fonda sul convincimento di un rapporto
diretto ed esclusivo, un vero patto tra il popolo cristiano e il suo
creatore, l'uomo e Dio. Insomma, «la concezione fondamentale dell'uomo
nato dall'insegnamento di Cristo non lascia adito a dubbi: come ha detto
Troeltsch, l'uomo è un individuo-in-relazione-con-Dio», il che significa
se non al di fuori, certo al di sopra del mondo. Così questo sentimento di
relazione, elezione e appartenenza che situa la creatura tra cielo e
terra, è un patrimonio specifico dell'Occidente (vocabolo sinonimo di
Cristianità prima, di Europa poi) e fa delle relazioni sociali un
movimento composito di spirito e materia. Ben diversamente dalla natura,
creata per essere inerte e per sottostare alla originaria gerarchia di
cielo e terra, la società è una sorta di plasma in movimento: è un «corpo
mistico» sottratto alle regole del tempo storico. Un corpo dilatabile a
discrezione nello spazio e nel tempo dall'infinitamente piccolo
all'infinitamente grande, dalla nebulosa cristiana che confonde cielo e
terra, all'idea di regno, di etnia, di comunità di villaggio o di nucleo
familiare. Difficile da comprendere per chi si colloca nella tradizione
empirica e razionalista fondata dal secolo dei Lumi (una tradizione che
nasce appunto «contro» e in alternativa a questa rappresentazione del
mondo e del sociale), questa percezione quasi magica del sociale consente
tuttavia all'uomo della modernità di raccogliere in un ordine logico tutta
quella esperienza che a noi pare oggi leggibile solo in un ordine storico.
L'idea di «corpo mistico» si ricongiunge poi all'originaria concezione
indoeuropea della società organica (cioè di un ordine sociale fatto di
membra e organi dotati di funzioni diverse e articolate gerarchicamente)
che fonda il potere e l'ordine naturale delle società politiche. Ma il
contenuto altamente spirituale di questo corpo e la misteriosa identità di
spirito e materia che in esso si realizza collocano l'uomo europeo in un
luogo privilegiato dell'ordine naturale: suddito al potere ma anche parte
responsabile e consapevole del governo sulla natura, beneficiario prima,
padrone poi, della terra e delle cose del mondo inanimato. Infine padrone
del suo tempo e produttore delle epoche della natura. La socialità, lo
stare insieme e l'agire collettivo divengono un dispositivo di potere, un
codice interpretativo e un mito in azione.
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Disincanto e
modernizzazione Comunità è un'idea
fondativa del sociale e del potere e fa della politica e del rapporto con
l'autorità una dimensione del vivere, un sacerdozio. E l'idea di comunione
o comunità intesa come corpo, cioè come un insieme non disaggregabile,
richiama e fa rivivere l'idea di una organizzazione (o «ordine» per usare
il linguaggio politico dei secoli XVII-XVIII) indissolubile, assoluta
quindi e perenne, la cui ragione è l'obbligazione solidale dei conviventi:
il potere. Si tratta di un potere umanamente infinito perché dato una
volta per tutte; dono della provvidenza ma anche visibile patto dell'uomo
con Dio, il cui effetto nella vita terrena è il privilegio dell'uomo sulla
natura, l'indiscriminata disponibilità dei suoi doni a condizione che
l'armonia della creazione (quindi l'ordine complessivo tra società e
natura) e la gerarchia che la rende visibile, sia adeguatamente
interpretata e rispettata. E il metodo interpretativo di questa
armonia-ordine adottato dalla modernità, e forse prima di ogni altro da
Bodin, è quello di ricercarla e misurarla su una scala temporale puramente
umana, quello della storia prodotto «della gesta degli uomini e delle loro
società». In altri termini: quello a cui assistiamo è un cammino che
porterà l'uomo occidentale da individuo-in-relazione-con-Dio a individuo
in relazione con il suo tempo e il suo mondo. E quello di cui dobbiamo
convincerci è che «l'effettiva umanizzazione del mondo è derivata, nel
corso del tempo, da una religione che subordinava nel modo più rigoroso il
mondo a un valore trascendente» Si tratta di una procedura che, solo per
convenzione, chiamiamo «laicizzazione» (intesa come progressiva autonomia
della cultura dalla sfera del sacro) ma il cui sinonimo più appropriato è
forse «modernizzazione», espressione con la quale si deve intendere il
trasferimento del procedimento interpretativo del patto dal tempo mitico
delle origini al presente. Così «modernizzato» il mito originario del
popolo di Dio, diviene sovranità, mito di potenza e del potere che governa
e spiega lo spazio e il tempo, diviene responsabilità verso la storia di
popoli, regni, nazioni, cittadini. E l'idea del «patto» fondativo (quello
con Dio), cosi come quelle di un «ordine» che lo palesa e di una
«gerarchia» che lo rende visibile e operante, si trasferiscono dai tempi
immobili delle «origini» e dai riti di celebrazione della comunità
tutt'intera, nel giuoco di specchi dei tempi della modernità.
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Il dispositivo
ideologico Patto», «ordine»,
«gerarchia» (poi «rivoluzione», ma solo dopo il 1789) costituiscono, nei
secoli della modernità, il dispositivo ideologico, cioè il sentire
politico inteso come quell'insieme di convincimenti e rappresentazioni in
merito al potere che in ogni società appartengono alla coscienza di
singoli e orientano il sistema di comunicazione dei gruppi. Il mito del
potere e della sovranità si pongono al servizio di questo punto di vista.
Esso si compone di idee-forza che vengono dalla struttura stessa
dell'identità culturale dell'Occidente, ma che, trasferite nel
tempo-spazio politico dei secoli XVII e XVIII, daranno fondamento alle
mitologie dell «assolutismo» (credenza in un ordine immobile e perenne),
del «contrattualismo» (convincimento di una legittimità naturale
dell'ordine politico perché fondato su un patto), della «società di
ordini» (pratica di comportamenti che consacrano e rendono operante la
gerarchia). Per effetto delle procedure di modernizzazione, un po' ovunque
in Europa, ma soprattutto in Francia, si assiste a una traslazione della
sacralità del potere divino all'idea di monarchia e di regno, di popolo,
se non di nazione nel significato ottocentesco del termine. Insomma, nel
riflesso del nostro specchio si realizza un «transfert» dal corpo
mistico della cristianità al corpo mistico della regalità. La monarchia
assoluta e le prime strutture centralizzate che chiamiamo Stato, nascono e
si sono fondate su questa solida piattaforma ideologica che è la cultura
europea nelle sue radici addirittura ancestrali, indoeuropee e in quelle
giudaico-cristiane ultramillenarie, portatrici comunque dei miti di patto,
gerarchia, ordine. Questi convincimenti arcaici, punti cardinali del
pensiero collettivo, questi immortali principi (immortali nel senso che
risiedono nel profondo e quindi attengono alla storia di più lunga
durata), però, nei tempi della modernità, non sono più immobili e non
appartengono all'ordine dell'aevum: appartengono al tempo profano e
lo producono; sono il frutto di una domesticazione della temporalità e di
quella «mitologia creativa» che nasce nell'immaginario e nel gioco di
specchi della coscienza e della cultura con il presente
interiore.
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Le strutture profonde: patto
Il patto, nel sentire politico della
modernità, non è un codice di comportamento piovuto dal cielo e le sue
regole non sono scritte una volta per tutte. La «storia umana» lo deve di
continuo reinterpretare. E così l'autorità, che questo patto fonda e dalla
quale promana, non si legittima una volta per tutte: il suo essere e la
sua storia sono, come la ricerca della verità, un problema mai risolto
sino in fondo, sono un cammino della ragione o del sentimento che non
raggiunge una meta finale. Patto con Dio prima, patto degli uomini con la
natura poi, infine patto degli uomini tra loro (e contro la natura):
lentamente le sfere del tempo (quello divino, naturale, umano come le
aveva pensate Bodin) si separano e si distanziano sino a porre, nel cuore
del XVIII secolo, il problema irresolubile della conciliazione tra
«individuo» e società (in termini politici: tra suddito e sovranità). Il
contrattualismo dell'età moderna da Grozio a Rousseau è, da questo punto
di vista, uno sforzo di progressiva umanizzazione del tempo della natura,
l'occupazione e poi la gestione del tempo delle origini, quello in cui le
società si sono ipoteticamente formate, un tempo che viene così sottratto
al sacro per essere ricondotto a una natura umanizzata in virtù della sua
intima razionalità. Il tempo del XVII secolo, quello di Galilei, Cartesio,
Malabranche, Newton sgorga allora non direttamente dalla creazione, ma
dalla natura creata le cui leggi sono, per quanto divine e umanamente
eterne, razionali e conoscibili. Il tempo dell'uomo moderno nasce per
differenza da questo tempo incommensurabile, la società nasce per
abbandono e distanziamento (ma forse ribellione) dalla natura, e trionfa
infine il tempo della società: la storia come moto progressivo e ritmo
biologico, se così si può dire, del tutto sociale. Di qui le
interpretazioni si susseguono: patto sociale e patto col potere si
confondono nel sentire politico del Seicento e del Settecento e la
regalità, o la «monarchia regia» come la vuole Bodin, diviene un esclusivo
prodotto del tempo politico che fa la struttura della storia umana. Poi
ancora varianti, ancora interpretazioni.
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Le strutture profonde: ordine
Lo stesso accade per l'idea di gerarchia,
un'idea-forza che finirà col porre il problema del tutto illusorio di una
possibile conciliazione tra autorità e libertà. Anch'essa non è verità
rivelata, ma il prodotto dei convincimenti sedimentati e di un consenso
che coinvolge la natura stessa del patto come la sua struttura intima
ponendo di continuo il problema della coerenza quindi della
interpretazione e della legittimità. Al pari del patto, la gerarchia è
imitazione del disegno divino prima, poi dell'ordine naturale, per
divenire prodotto della creazione umana e della storia che ne narra il
succedersi di cause e effetti. Nel sentire politico della modernità
gerarchia e assolutismo paiono, e forse sono, indissolubilmente collegati;
si tratta semmai di sapere chi dei due sostiene l'altro. In altri termini:
se la gerarchia è la conseguenza del crescere dell'assolutismo come
necessaria propaggine cerimoniale, o viceversa se essa è il fondamento
necessario di un imponente ordine verticistico. Probabilmente le due
tendenze si intrecciano. Probabilmente però si danno anche vicendevolmente
scacco, perché l'idea di una gerarchia indispensabile all'ordine sociale è
del tutto in contrasto con la presunzione di una assoluta concentrazione
del potere. Gerarchia è pluralità di luoghi, ruoli, funzioni, di deleghe
di potere (in realtà: di «poteri») e i formidabili apparati gerarchici
della fine Cinquecento e di tutto il Seicento costituiscono certo uno
strumento di dominio del potere sovrano, ma, a vario titolo, ne assorbono
e ne snervano la presunta esclusiva unità. Ed è, proprio di qui che
nascerà la pertinace mitologia della «separazione dei poteri». Certo però
il sentire politico dei secoli XVI e XVII non percepisce la gerarchia come
quella aziendale o burocratica che suscita le mitologie del tempo
organizzativo della postmodernità; la gerarchia che appartiene allo
statuto ideologico della modernità è il prodotto di una sedimentazione del
tempo politico, è tutta avvolta nel mito di potenza della sovranità e in
virtù di ciò è costituita come un insieme di membra del corpo sociale, è
parte del patto fondativo della società politica, si riferisce a quel
«corpo mistico» che è il tutto sociale ormai invaso e regolato dal potere
di quaggiù. Disposti in ordine gerarchico i vari arti e organi di questo
corpo hanno pari dignità, sono consustanziali al potere dal quale
dipendono e che in certo senso da essi promana. Per questo nel Seicento
(ma anche fino a un tempo non lontano da noi), la gerarchia è libertà, o
meglio è schiavitù volontaria, volontà di servire l'ordine possibile della
storia degli uomini. Nascono così grandi solidarietà, criteri di identità
forti che si confondono con il senso di appartenenza. La lealtà diviene
appropriazione e, in questa architettura sociale fondativa della
modernità, si confondono pubblico e privato, servizio pubblico e proprietà
privata. Nulla meglio della metafora della nave, scelta da Bodin, rende
l'idea della densità politica dello spazio e del tempo a cui approda il
dispositivo ideologico della cultura occidentale del XVI secolo. Così come
nulla meglio della narrazione della nave in tempesta che chiama anche i
passeggeri all'impegno della manovra esprime quel senso di formidabile
coesione che le istituzioni dello stato moderno promettono e dovrebbero
suscitare. Capitani, piloti, marinai e passeggeri, cittadini, famiglie,
corpi e collegi, tutti uniti dal vincolo naturale e culturale
dell'«amicizia» (che è certo qualcosa di più della solidarietà) sono
chiamati ad assicurare le condizioni del buon governo del vascello, del
successo e della grandezza dello Stato. Quanta distanza
dall'individualismo del potere e dalla sua struttura tragica che abbiamo
percepito in Machiavelli! Anche distanza dall'immaginario di un tempo
parallelo di società alla rovescia, ma anche ambiguità circa la natura
stessa del potere sovrano. E tuttavia solo nella teorizzazione (e nel mito
che ne consegue) questo potere risulta «assoluto», «perpetuo»,
«impositivo»; la meteorologia della storia, le tempeste del tempo, rendono
nei fatti, se non precario, sicuramente mutevole l'ordine del potere. La
complessità di organi e corpi, la pluralità delle loro funzioni, il tempo
nel quale essi fluttuano crea problemi di concorrenza e conflitto, di
continua ridefinizione della gerarchia. La gerarchia che si vuole immobile
è in continuo movimento, i contenuti del patto originario son sempre da
rinegoziare. Perché, contrariamente alla rivoluzione delle sfere celesti,
il ritmo del corpo sociale è fatto di una sostanza diversa, il potere, che
è materia incoercibile alla esatta misurazione e al moto costante. E più
la gerarchia sociale si autodefinsce, più si precisa e vien regolata
minuziosamente, più il rapporto autorità-libertà si drammatizza e diviene
lacerante.
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Le strutture profonde:
gerarchia L'ordine infine, fondato dal
patto e reso visibile dalla gerarchia, a sua volta altro non è che
«aspettativa» di equilibrio, imperativo morale, ricerca di stabilità; è
una propensione culturale ed etica che si traduce in resistenza alle forze
disgreganti e alle incognite del mutamento. Contrariamente alla
speculazione politica del Settecento, il sentire del Seicento avverte che
questo ordine non c'è, che il tempo lo minaccia e lo divora; e forse è
proprio per questo che lo declama con enfasi. L'assolutismo, dal punto di
vista della teoria e della dottrina politica del XVII secolo, è un mito
consapevolmente vissuto, una sorta di rassicurazione collettiva e una
promessa (o procedura) di giustizia in quanto aspettativa di un ordine
sociale, di un patto definitivo, di una gerarchia visibile che consentano
di superare il rischio del mutamento e della lacerazione. Del resto il
problema del pensiero del Seicento è proprio quello di reprimere rivolte e
devianze, di tutelare l'ordine sociale e non quello, caro al secolo dei
Lumi, di fare rivoluzioni per affermare un ordine definitivo. Anche qui
insomma la messa in moto di un mito antico pone al sentire politico della
modernità il problema della lacerazione insanabile che si accompagna
all'idea di ordine: la conciliazione tra stabilità e mutamento. Dunque
patto, ordine, gerarchia, un'eredità antica di duemila anni che la cultura
politica e il comune sentire del XVI secolo si impegnano a rivivere e
«modernizzare» per far fronte alle grandi paure del Seicento. Questo
dispositivo ideologico rinnovato nasce proprio all'insegna della paura
dello stesso processo di modernizzazione posto in essere da una macchina
del tempo che, quando si allontana dalle regioni del sacro e dalla natura
per esplorare il tempo puramente umano, suscita entusiasmi ma anche
terrori. E così il patto è sì un patto tra gli uomini, ma contro le
insidie della natura, è un patto difensivo; la gerarchia è libertà, ma
anche ossessione per una identità che non sia solitudine, l'ordine è una
aspettativa che può materializzarsi solo «al futuro» in quelle terre la
cui colonizzazione intimorisce ed allarma. È da questo ansioso sentire,
prodotto da un tempo politico tanto dilatato da dare scacco a se stesso,
che il dispositivo ideologico della cultura occidentale, trascinato nella
deriva della modernità, realizza al suo interno quelle feconde
contraddizioni che, per effetto di continue retroazioni, muovono il sapere
politico dei secoli XVII-XIX e fino a un tempo non molto lontano da noi.
Come si è appena visto in virtù della mobilità di un tempo umano, ormai
scientificamente misurabile, il patto pone il problema di una continua
conciliazione tra soggetto e collettività (tra cittadino e stato, sfera
privata e pubblica), la gerarchia quello di una concordanza tra libertà e
autorità, l'ordine quello di rendere compatibili stabilità e mutamento.
Sono, in fondo, i temi vivi del nostro tempo, i problemi di oggi e di
domani. Il Seicento, secolo di fondazione del pensiero politico moderno,
si incaricherà di tentare una conciliazione degli opposti. Nasceranno
allora i miti della «società di ordini», dell'«assolutismo», del
«contratto sociale». Questi miti infine insediano definitivamente il
potere nel sistema della cultura occidentale, esiliano l'uomo dal sue
essere stesso e lo rimodellano come uomo moderno che si fa da sé nel suo
tempo. Come un prodotto della storia che è il racconto esclusivo del
potere umano sul tempo.
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